sabato 28 aprile 2012

Giuseppe Piccione



Sono stufo, lo ammetto, stanco d’assistere al proliferare di inutili vernissage e mostre in pompa magna dal contenuto piuttosto scadente. Sono stanco, consentitemi lo sfogo, della “gerontofilia” artistica, dei talenti costruiti a tavolino e dei troppi dipinti da salotto; sarà un pregiudizio o l’accorata sfiducia verso le tendenze “moderniste” della nostra terra, sarà, ma a volte capita d’incontrare altre storie… Il perché di questa premessa risiede nella scoperta personale d’un artista come Giuseppe Piccione, figlio di un’epoca che vuol guardare molto avanti. Le sue opere infatti parlano del presente, di un presente vissuto senza stereotipi o collocazioni geografiche e d’un esistenza urbana fatta di mille volti: per questa ragione la sua ultima ricerca prende il nome di Love Street. Ma andiamo con ordine… 


Tutto cominciò all’età di diciannove anni grazie alla visita di un’esposizione d’arte contemporanea (una tra le prime a Siracusa) che imprevedibilmente lo folgorò sulla via di Damasco; immediata sorse una fascinazione, tra installazioni ed oggetti appartenenti ad un nuovo concetto creativo. Così grazie anche all’esperienza universitaria iniziò il suo percorso artistico, un percorso fatto di successi e grandi soddisfazioni: come la partecipazione a mostre di respiro internazionale a fianco di nomi del calibro di Mario Schifano, Vivienne Westwood, Andy Wahrol e Christo. Una partenza alla grande che gli permise di realizzare diverse opere su committenza ed esposizioni Side Specific, realizzate cioè tenendo conto del luogo stesso in cui venivano collocate. Segue un curriculum di collaborazioni con registi, stilisti, gallerie d’arte e collezionisti, il mondo dell’arte così s’accorge delle idee e delle affascinanti opere del giovane artista: dedito da sempre alla fotografia, sceglie da ultimo questa forma espressiva per la realizzazione del suo progetto Love Street appunto. Sfruttando le immense potenzialità della fotografia digitale, Piccione estrae dai volti e dai segni di vita urbana la rappresentazione dell’amore, inteso come legame esistenziale con gli atti d’ogni giorno. In questo modo egli riproduce, come in una fabbrica d’immagini, i diversi aspetti dell’esistenza: in Dolls scopriamo i ritratti inquietanti di donne-bambola del tutto spersonalizzate, prive di sentimento quasi fossero oggetti di mero consumo; così come le Street Doll, manichini umanizzati dal contrasto di simboli e graffiti. Per non parlare della serie Enfant e Femme i cui volti di bambini e donne s’amalgamano nelle sovrapposizioni di colori dalle tonalità accese e da iconici cartelli stradali. 


Dove collocare tutto ciò se non nel richiamo primigenio della Pop Art? E’ questa probabilmente la chiave di volta che ci permette di avvicinarsi all’arte multimediale di Piccione; dimentichiamo per una volta i mille anni di pittura, le invenzioni coloristiche degli espressionisti o i collage multidimensionali dei primi cubisti: questa è arte contemporanea, Signori, qualcosa che non riusciamo a metabolizzare nell’immediato se non nella vertigine d’un linguaggio più complesso per noi uomini, greci d’antico retaggio... L’artista contemporaneo è questo, colui che mostra un linguaggio universalmente apprezzato, perfettamente collocabile su di una parete del MOMA di New York, del Centre Pompidou di Parigi e persino della più modesta Galleria Montevergini in Ortigia: per questa ragione la sua arte trova un crescente seguito ad ogni nuova esposizione, distinguendosi per profondità e potenza; un’arte che nasce da dentro, da un’ispirazione istintiva da cui dipartono le mille sfaccettature di un presente sempre più complesso.

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