giovedì 17 dicembre 2015

Nepal 2015: I dintorni di Pokhara (quinto giorno)

La nostra guida Keshab assieme a un'anziana nepalese
Lunedì 20 aprile

Quella mattina ci siamo svegliati presto per andare nella località dove si trovava Keshab. Siamo usciti dall’hotel subito dopo la colazione e abbiamo preso un taxi. 

Un taxista buddista
Il taxista che ci ha dato il passaggio era un tipo simpatico, di religione buddista e molto propenso al dialogo e al confronto. Sul cruscotto teneva, come fanno molti buddisti, un souvenir un po’ kitsch: una ruota di preghiera che girava alimentata da una piccola cellula fotovoltaica. Lungo il tragitto abbiamo chiesto qualcosa riguardo al buddismo e alla presenza dei tibetani fuggiti dal Tibet a causa delle persecuzioni cinesi. L’area di Pokhara infatti conta diversi insediamenti di rifugiati. Dei discorsi fatti ricordo soprattutto una cosa che ho chiesto: ho notato che in nepalese le parole mamma e papà somigliano all’italiano; mamma in nepalese è āmā, mentre papà è pōpa, allo stesso modo si pronuncia in hindi (una delle lingue dell’India) mentre mamma è mām̐. Tale similitudine tra lingue lontane non è così azzardata perché in effetti l’italiano che a sua volta proviene dal latino, è pur sempre una lingua indoeuropea con radici comuni nel sanscrito, dove però la fonetica delle parole è un po’ diversa. Chiesi apposta perché sapevo che l’uomo conosceva anche il sanscrito con cui leggeva i testi sacri buddisti, e per me quel dialogo era l’affermazione di un’atavica comunanza di radici dispese nel tempo e nella storia. Non avevo ancora approfondito quei legami culturali in merito alla lingua e alla cultura, tuttavia sentivo di aver aggiunto un elemento di empatia con quell’area del mondo altrimenti considerata un mondo a sé.
Siamo giunti dopo una mezz’ora di strada. L’uomo era così mite e simpatico da avergli chiesto il biglietto da visita per il ritorno in città. Tra tutti i taxisti ci era sembrato il più onesto e gentile.
La casa di Keshab
L'interno della casa
L’escursione
La casa di Keshab si trovava vicino alla strada che conduceva in quota. Era un’abitazione piccola, appena una stanza. Dietro invece, all’esterno, c’era il bagno. Questa caratteristica mi ricordava le vecchie abitazioni italiane del dopoguerra e le parole di Celentano nella canzone Il ragazzo della via Gluck: “[…] potrai lavarti in casa senza andar giù nel cortile.” La sua stanza infatti conteneva appena un letto, una scrivania e un armadio. Appesi al muro qualche immagine induista e dei poster. Tutt’intorno il paesaggio era maestoso perché circondato dalle montagne e da un fitto muro verde. M’incuriosiva anche il fatto che la sua casa non aveva una recisione, sembrava un edificio dell’ANAS a bordo strada senza neanche delle piante o un albero a fare ombra.

Nepalesi durante il percorso di risalita
Non abbiamo perso molto tempo, abbiamo lasciato ciò che per due giorni non ci sarebbe servito e abbiamo mantenuto nello zaino lo stretto necessario per l’escursione. La nostra camminata cominciava proprio a bordo strada, dove abbiamo superato i villaggi vicini e siamo saliti lungo una scala in pietra che ci ha condotti sino alla cima del monte. Lassù si vedeva il panorama di tutta la vallata. Una volta superato il dislivello che mi ha tolto il fiato, proprio perché non sono abituato a questi sforzi, ci siamo incamminati lungo l’altopiano dove era possibile incontrare le abitazioni dei contadini. La bellezza di quella escursione risiedeva soprattutto nel fatto che quello era il Nepal più vero, una parte di paese senza strade, raggiungibile solo a piedi o con un mulo. Così era bello scoprire i campi coltivati con i sistemi a terrazzamento, molti con i bordi alti atti a favorire la coltivazione del riso che con la stagione delle piogge sarebbe cresciuto nella risaia colma d’acqua. Ma anche le stesse abitazioni, semplici e costruite in pietra come una volta si faceva anche dalle nostre parti. I metodi di coltura e di allevamento degli animali seguono ancora i ritmi tradizionali in una perfetta integrazione con la natura. E’ nel rispetto della tradizione che l’impatto antropico si riduce al minimo. I contadini sfruttano tutto, prendono il grano, separano le spighe per ottenere la farina e il gambo diviene la paglia per i bufali e le capre. Gli escrementi lasciati sono il concime, mentre il materiale più usato è il legno con cui si prepara il tetto o lo si brucia nel forno per cucinare o per riscaldarsi.
Abitazione con stalla per gli animali
Se si ragiona con i nostri canoni il Nepal delle campagne è estremamente arretrato perché tutto si svolge immutato. Non ci sono trattori, salvo rari casi perché per arare i campi si sfruttano i bufali e la forza del contadino. Spesso non c’è neanche la corrente elettrica e figuriamoci la televisione. Le auto in quelle zone neanche ci arrivavano per assenza di strade se non qualcuna sterrata. Questa descrizione è da paese arretrato, ma se si vuol vedere la realtà con occhi diversi il Nepal che mi si mostrava davanti era un luogo bucolico la cui “arretratezza” perpetuava un legame con la terra di generazioni. La corruzione della modernità stentava a giungere e ciò arricchisce di fascino i ritmi semplici di vita. Magari la gente ha un’aspettativa di vita non troppo lunga, perché l’esistenza è dura. Ma certamente non si conosce la depressione o l’obesità, il cibo è sano e la tempra assai forte.

Nepalesi in costume per il film
Le riprese di un film
A metà mattinata ci siamo fermati in un lodge dove abbiamo pranzato. Per quanto quella parte del Nepal sia abbastanza tradizionale, è piena di strutture ricettive che offrono ai turisti la possibilità di soggiornare in un luogo fantastico con un minimo di comodità.
Dopo il pranzo abbiamo ripreso il cammino e in una sorta di altipiano abbiamo incrociato un gruppo di persone che sembrava provare dei balli. Non era chiaro ciò che stavano facendo però era carino vederli ballare alla maniera indiana. Tutta la musica ascoltata in Nepal infatti ha un’influenza sonora indiana. Ci siamo piazzati in un punto per capire meglio di cosa si trattasse: stavano girando un film sullo stile Bollywood. Al centro delle persone si prendevano per mano mantenendo una posizione di primo piano e di sfondo tutti gli altri vestiti in abiti tradizionali come in una festa. Il regista nepalese Nirmal Sharma dirigeva la scena che prevedeva un balletto come quello dei film indiani. La curiosità era dettata anche dal fatto che nel primo piano c’erano anche degli occidentali vestiti in abiti informali. La loro intrusione (forse erano dei turisti) rientra nella volontà del regista di rendere le scene quanto più internazionali possibile, con la presenza di volti non strettamente nepalesi.


L’escursione è proseguita tra campi coltivati, villaggi, donne che ci sorridevano seppur appesantite dal loro carico, bambini e un uomo che stava costruendo una cesta per trasportare a spalla i carichi. Poi abbiamo fatto una sosta in un’abitazione dove viveva una donna anziana che si è seduta con noi provenendo subito dopo aver finito di lavorare nel terreno. Per quanto mostrasse un’età parecchio avanzata era molto energica, camminava a piedi nudi tra i campi dimostrando che l’esercizio fisico quotidiano rende il corpo attivo sino alla fine.
A metà pomeriggio poi siamo giunti a destinazione, la casa dei genitori di Keshab. Erano dei contadini che possedevano parecchi terreni, tutti coltivati secondo una gestione famigliare. Vivevano in case vicine non solo i genitori di Keshab, ma anche i fratelli e le cognate. Tutti si occupavano delle faccende domestiche: ritirare gli animali la sera, dare loro da mangiare e (come avveniva in quel momento) selezionare il grano appena raccolto. All’interno le abitazioni erano molto semplici ma dignitose. Proprio come avviene un po’ in tutto il Nepal l’energia elettrica non arrivava sempre ma per alcune ore al giorno. 


L’energia elettrica intermittente
Una piccola digressione va fatta proprio in merito all’energia elettrica. A Kathmandu non abbiamo percepito molto questo problema perché negli alberghi vi sono quasi sempre dei gruppi elettrogeni che suppliscono le carenze. Ciò che notavamo era solo che qualche luce non accendeva e dopo poche ore sì, oppure che qualche presa elettrica non funzionava e poi sì. Gli impianti interni infatti permettono l’erogazione suppletiva solo per alcune utenze e per altre no. A Pokhara l’albergo aveva al suo ingresso un gruppo elettrogeno a motore molto rumoroso, onde garantire sempre l’erogazione, ma nelle campagne il discorso cambiava. Lì la vita si adattava a queste caratteristiche, l’illuminazione si accendeva quando c’era e ovviamente le abitazioni mancavano di frigorifero e televisione. Le radio sono a batteria e magari certe operazioni, come la ricarica del cellulare avvengono sono in alcuni momenti della giornata.
Per chi come noi è abituato all’energia elettrica continua, trascorrere la notte senza era un’esperienza eccitante. Man mano che avanzava l’oscurità entravamo nei ritmi sereni e rilassati della campagna nepalese. 
Ma essendoci fermati dalle cinque del pomeriggio la nostra giornata ci sembrava un po’ troppo breve. Non c’erano tanti modi per passare il tempo, non avevo neanche un libro per leggere, e anche volendo al buio non avrei avuto modo di farlo. L’iPad l’avevo lasciato a casa di Keshab. Restavano brevi passeggiate per vedere la vallata vicina e fare qualche foto, scambiare due parole con uno dei fratelli o con uno dei parenti, oppure vedere da vicino gli animali e invidiarne la serenità.

Contadine in una risaia
In quelle lunghe ore ho pensato a come personalmente non riesca a considerare me stesso per troppo tempo senza un impegno. Che sia la lettura, una cosetta da fare, o una riflessione, l’inazione mi appare tremenda. Tale idea è un retaggio culturale della modernità, perché quel giorno di relax poteva tranquillamente rientrare nell’idea di vacanza. Tuttavia pensavo a come sia per me disastroso trascorrere il tempo senza un arricchimento o uno stimolo culturale. Così guardavo gli animali la cui vita era scandita solo dal variare del giorno e della notte, ma anche dalle stagioni. Una vita ovviamente da animali, ma che potrebbe essere facilmente paragonata anche a certi contadini, dove l’esistenza è racchiusa nel solo atto lavorativo di sussistenza. La vita per queste persone, e forse per molte, è una routine più o meno serena priva di spinte interiori. In quella campagna percepivo questa sensazione di vuoto che avrei potuto sfruttare per meditare, invece le spinte interiori mi conducevano altrove. Mi sarei dovuto lasciare coccolare dai rumori della campagna che nell’infondermi serenità mi avrebbero concesso nuova energia; ma questi principi che condivido solo teoricamente all’atto pratico non riesco a portarli avanti, per questa ragione non sono rimasto troppo a lungo seduto ad assorbire l’energia del luogo. La mia diseducazione a quei ritmi m’ingannava.

Un villaggio tra i monti
Una cena a lume di candela
Giunta la sera confidavo nel buio per osservare il cielo stellato che purtroppo era coperto di nuvole. Inoltre era arrivata, inattesa, anche l’energia elettrica rappresentata da una lampada ad incandescenza che illuminava lo spiazzo in cui eravamo.
A quel punto la madre di Keshab ha preparato la cena e ci ha richiamato dentro casa. Per tutto il tempo aveva preparato con la sola luce di una lampada ad olio, una luce esigua che lasciava molti punti in ombra. Ci siamo seduti su dei tappeti e come vuole la tradizione il pasto veniva servito senza un tavolo e senza neanche le posate. Del pasto a base vegetale a stento riuscivo a individuare i pezzi da ingoiare, tanta era la penombra della stanza. Accanto a me Keshab mangiava con le mani e così ha fatto pure Enrico, io esitavo, al che la madre mi ha offerto una posata che ho accettato di buon cuore. Il cibo era buono, ma soprattutto sano, ragion per cui abbiamo mangiato quasi ad occhi chiusi, perché appunto non si vedeva bene neanche il piatto. Ma quella cena così speciale a lume di una sola lampada, proprio come avveniva nel medioevo o in epoca romana è stata un’esperienza meravigliosa. 

La casa dei genitori di Keshab nelle campagne nepalesi
Al termine della cena abbiamo parlato con Keshab riguardo a come pianificare la nostra escursione. Egli suggeriva l’indomani di fare un giro in un’altra zona visitando dei villaggi vicini. Ma con Enrico abbiamo valutato che la migliore soluzione fosse quella di saltare il secondo giorno di escursione tornando a Pokhara. In fondo avrebbe avuto più senso se la nostra escursione avesse seguito un certo percorso, magari risalendo in quota. Ma la zona in cui eravamo non lo consentiva. Così abbiamo optato di fare una mezza giornata di escursione e tornare nel pomeriggio in città. Tra l’altro Keshab non stava ancora molto bene, aveva i sintomi dell’influenza che si era trascinato da alcuni giorni. Così quella variazione è stata la più opportuna anche per lui.

Calendario nepalese
Siamo andati a letto presto anche perché saremmo voluti andare via di mattina presto per sfruttare meglio la giornata. Tuttavia dormire non è stata una cosa facile perché la nostra stanza era più simile ad un magazzino delle scope. Dall’esterno ci separavano solo degli assi di legno e tra le fessure era possibile guardare di fuori. L’altro elemento che ci ha messo in difficoltà era il fatto che la stanza non era pulita e le lenzuola sembravano non aver visto l’acqua da parecchio tempo. Per questa ragione non ci siamo tolti neanche i vestiti, anzi, dato che faceva freddo abbiamo chiuso il giubotto per evitare anche il contatto col cuscino. Non era certamente la situazione che ci saremmo aspettati, ma era comunque bellissimo. Cercare di dormire era comunque un’impresa sia perché non mi sentivo comodo e inoltre perché disturbato dalle zanzare. Così presi sonno per sfinimento molto tardi e alle prime luci dell’alba mi sono svegliato intirizzito. Una notte come quella è più bella nei ricordi che quando la si vive…

Il nostro giaciglio

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